Sud America 2002 - 2003

 

 

1)   Seno Ultima Esperanza: da Santiago del Cile a Oruro, Bolivia

2)    Sumaj Orcko – el cerro hermoso: da Oruro a Tupiza, Bolivia

3)    9 ottobre 1967: da Uyuni, Bolivia a San Pedro de Atacama, Cile

4)    Araucaria Araucana: da Victoria, Cile a Trevellin, Argentina

5)    El Camino Longitudinal Austral:  da Futaleufú a Coyhaique, Cile

6)    El lago del Desierto : da Coyaique a El Chalten, Argentina

7)    El pais del viento : da El Chalten a Puerto Natales, Cile

8)    Isla grande de Tierra del Fuego : da Puerto Natales a Rio Grande, Argentina

9)    54°49’ S – 68°13’ W : da Rio Grande a Ushuaia, Argentina

10)  Cuore e polmoni : da Ushuaia a Peninsula Valdes, Argentina

 

 

seno ultima esperanza

 

Il fiordo Ultima Speranza è il braccio di mare, in estrema Patagonia cilena, dove finisce la maestosa cordigliera delle Ande. Quasi una destinazione per questo nuovo viaggio effettuato in bicicletta, un rocinante di alluminio, 27 velocità, completa di porta-pacchi e borse, tenda e sacco a pelo. Un viaggio attraverso il cono meridionale del continente sud americano, tra Bolivia, Cile ed Argentina, lungo la Cordigliera delle Ande fino alle mitiche ed inospitali terre di Patagonia e Terra del Fuoco. Un viaggio da scoprire chilometro dopo chilometro.

 

I primi km - da Monaco all'aereoporto di Nizza: mentre esco pedalando dal principato osservo il manifesto pubblicitario di un noto stilista che proclama: "l'homme libre est eternel". Non credo all'eternità e anzi mi fa un pò paura, la immagino come un vortice senza fine che mi avvolge e mi scuote senza tregua, senza via d’uscita. L’eternità dei libri di storia, dei nomi geografici, di una montagna o sui cartelli agli angoli delle strade è vana e vanitosa, la vita è effimera come le orme lasciate durante un viaggio nella sabbia o nella polvere di un qualsiasi luogo del mondo. Il nostro desiderio di eternità è futile e egocentrico.  "L’eternità è il mare andato via con il sole" scriveva Arthur Rimbaud, poeta-feticcio di molti viaggiatori. Osservare il mare che si unisce al sole in un tramonto rosso scarlatto e che lentamente lascia il posto all’oscurità della notte e a un cielo pieno di stelle e di mistero, ecco l’eternità. Arrivo a Nizza e mi fermo lungo la Promenade des Anglais a guardare la gente seduta sulle caratteristiche sedie blu o mentre passeggia sul lungomare. Mi piace pensare che mentre loro stasera torneranno all’intimità delle loro case e ai loro gesti abituali, io sarò in volo per un altro continente. Viaggiare è soprattutto allontanarsi dalle proprie abitudini e certezze per affrontare un mondo sconosciuto e indifferente. Mentre all'aereoporto impacchetto bici e bagagli, sudato e con le mani sporche di grasso, mi chiedo se - a 42 anni – io non sia un pò vecchio per queste stronzate … 24 ore dopo, all'aereoporto di Santiago del Cile rimonto bici e bagagli sotto gli sguardi, le domande e gli incoraggiamenti dei presenti. "Que le vaya bien" mi dicono e quando esco dal terminal pedalando sotto un cielo azzurro ed un sole brillante con le cime delle ande innevate in lontananza, aiuole fiorite al lato della strada e un profumo di nuovo e di libertà nell'aria,  non ho più il minimo dubbio.

 

km 0 a km 64 - dopo 29 ore di bus dalla capitale arrivo ad Arica nel nord del Cile. La città affacciata sull’oceano Pacifico è uno dei maggiori porti del paese. La sua importanza strategica è dovuta agli scambi con la Bolivia, paese senza sbocchi sul mare. Preparo un poco le gambe pedalando fino a San Miguel de Azapa per visitare il museo archeologico che racconta la storia di queste terre aride e dei popoli che le abitarono dal 1000 ac fino alla conquista spagnola. Utensili e tessuti ci parlano della loro vita quotidiana mentre le mummie di una donna e di una bambina, perfettamente conservate, indicano come il culto dei morti rappresentasse per queste popolazioni un anelito all’eternità. Da molti popoli antichi la morte era considerata un viaggio verso nuovi e lontani mondi, sconosciuti ed immaginari, per gli umili una fuga dalla miseria, dalle sopraffazioni, dalla rude sopravvivenza.

Ceno in un piccolo ristorante, churrasco –un enorme panino di carne alla piastra, maionese, pomodoro e palta -crema di avocado fresco e due schope –birra alla spina. Il cameriere, saputo che vengo dall’Italia, mi racconta di suo cognato che da anni vive a Pisa e di cui, da qualche tempo, non ha più notizie. Forse è uno di quei casi umani da trasmissione televisiva del sabato sera. Ritorno al residencial dove nel salone il proprietario e sua moglie stanno guardando Domenica In sul canale di Rai International. Mi dice, con uno sguardo di complicità, che gli gustan mucho le ballerine e la scollatura della presentatrice… Il telegiornale cileno dà invece ampio risalto al gol segnato su rigore da un giocatore cileno nella partita di campionato italiano Udinese – Reggina. Auguro a tutti  la buonanotte e vado a letto.

 

km 65 a 165 – Il momento della vera partenza dal Morro di Arica, la rocca che domina come una fortezza la città e l’oceano. Dal livello del mare ai 4700 m. slm della frontiera di Tambo Quemado sulla cordigliera delle Ande.  Forse il progetto è un pò ambizioso ma mi sospinge il vento dell’entusiasmo. A 10 km da Arica un bivio: di fronte a me la strada che porta a Tacna, in Peru, a destra la Ruta Internacional Arica – La Paz. Dopo circa 10 km appaiono sui fianchi aridi e rocciosi delle montagne dei geoglifici di enormi dimensioni. Questa forma di arte rupestre venne creata sovrapponendo alla montagna color ocra delle pietre più scure di origine vulcanica. Si riconoscono sculture antropomorfe come i giganti e zoomorfe come l’aquila e la rana. La strada, in leggera salita, segue il rio Lluta che rende verde e fertile la vallata. A Poconchile si erge la piccola chiesa in calce bianca di San Geronimo, santo protettore della zona. In un piccolo bar per camionisti mi disseto con l’immancabile Coca Cola e soprattutto trovo un poco di ombra. Temo di avere sottovalutato il caldo; in questa zona a ridosso del Tropico del Capricorno nelle giornate d’inizio estate il sole è praticamente allo zenith e la temperatura di circa 30 – 32 gradi.  Dopo aver pedalato 62 km e superato 800 m di dislivello raggiungo un piccolo centro abitato, non un vero pueblo, piuttosto una area di sosta per camionisti ; ci sono 2 ristoranti uno mi chiede 2500 pesos per campeggiare, nell'altro una signora gentilissima mi dice di mettermi dietro la casa, oltre il campo di calcio sin cobrar. Decido di cenare in questo simpatico ristorante dove mi servono il piatto del giorno cazuela de vacuno – una zuppa di verdure e carne. Qui incontro hermano Herber, un missionario colombiano che sta portando in processione per la vallata la statua di San Geronimo. Grande appassionato di ciclismo si siede a cenare con me ed è felicissimo quando gli racconto che il ciclista colombiano Santiago Bottero ha vinto il campionato del mondo a cronometro. Dopo un brindisi all’acqua minerale in onore del santo e del ciclista vittorioso, sfinito, spingo la bicicletta attraverso il campo di calcio e armo la tenda nel bel mezzo di un orto di ... zucche.

 

                                

 

Questa prima notte in tenda è stata agitata. La stanchezza, il latrare dei cani e il lento, rumoroso arrancare dei camion lungo la salita  mi hanno mantenuto in uno stato di disturbato dormiveglia. Solo lo scroscio dell’acqua del fiume suonava come una dolce e rassicurante ninna nanna per l’apprendista nomade. La mattina seguente parto sapendo di dover affrontare la cuesta del aguila una salita dal forte dislivello. La strada lascia la verde e fertile vallata del rio Lluta per inerpicarsi lungo l’arido e deserto fianco della montagna. Quei rari veicoli che passano mi salutano ed incoraggiano. Quando finisco l’acqua delle due borracce cerco nel bagaglio la riserva di due litri ma scopro che si è rovesciata a causa del tappo mal avvitato e rimango a secco a 40 gradi sotto un sole a picco, senza ombra, solo sassi e sabbia.

Ho percorso 15 km di salita e non so dove potrò trovare acqua. C’è una miniera lungo la strada ma a quale distanza? Pedalo ancora per qualche centinaia di metri mentre i 35 kg di bagaglio sembrano raddoppiare di peso. Dopo un breve consulto con il mio orgoglio faccio inversione e ritorno a valle, è la mia prima esperienza da cicloturista meglio non correre rischi inutili. Ritornato a valle ad un bivio prendo per Molinos un piccolo pueblo di poche casette di legno battute dal vento. Non incontro anima viva lungo l’unica strada del villaggio battuta dalla polvere e da un sole che scotta. Sotto un grande albero trovo un chiosco dentro al quale una vecchia guarda la televisione attendendo un improbabile cliente. Il frigorifero e la baracca sono di un colore rosso fiammante, sponsorizzati Coca Cola e all’ombra, cullato da una piacevole brezza, bevo la mia bottiglietta gettando al vento e alla polvere ogni considerazione etica e morale sul commercio globale. All’improvviso compare hermano Herber con padre Carlos e insieme a loro visito la piccola iglesia di Molinos, in urgente bisogno di restauri. Il tetto fatto di canne e fango seccato è sfondato e le travi di legno che lo supportano dall’interno rischiano di crollare. Mentre i due religiosi proseguono i preparativi per la loro processione serale io faccio ritorno al mio campo di zucche. Durante la cena al ristorante la dueña mi conferma che la miniera è a circa 20 km e il pensiero di aver abbandonato troppo presto mi disturba ma mi rendo conto di essere a corto di allenamento. In tenda, prima di dormire, mi massaggio cosce e polpacci che mi fanno male a causa dello sforzo al quale non sono abituato.

L'indomani mattina attendo il bus della linea Arica – Putre, carico la bici sul tetto del vecchio mezzo e osservo il panorama dal finestrino, scoprendo di essere in effetti arrivato a soli 5 km dalla miniera dove avrei potuto trovare acqua per le borracce e un poco di ombra per una siesta. Inutile recriminare, il viaggio è solo agli inizi. Lungo il tragitto osservo i cactus candelabro che, in questa zona in cui non piove praticamente mai, catturano l’umidità delle nuvole provenienti dall’oceano, crescendo di un centimetro all’anno. Arrivo a Putre, a 3400 metri slm, dove rimango due giorni ad acclimatarmi all’altitudine, ospite nella casa parrocchiale grazie ad una raccomandazione di hermano Herber.

 

km 166 a km 268  Due giorni di camminate nei dintorni di Putre e di abbondanti pasti nel piccolo ristorante Alpacheta mi hanno messo in condinzioni ideali per proseguire il viaggio verso il Parque Nacional Lauca. La pista sale lungo una piccola e verde vallata, in lontananza vedo una cima innevata dal quale scende il ruscello che scorre attraverso pascoli e campi coltivati. Il cielo è terso e azzurro, il sole picchia duro sul quel poco di pelle che lascio esposta. Dopo avere oltrepassato il limite del parco nazionale inconto le prime vicuñas che corrono libere nei bofedales – zone paludose e ricche di vegetazione. 19 km in tre ore per arrivare ai 4310 m. di Las Cuevas dove sorge un ufficio della Conaf, il corpo forestale cileno. Il guardiano è assente, la porta chiusa, in un terreno sabbioso circondato da montagne color ruggine armo la tenda per la notte sotto gli sguardi indifferenti di alcune vicuñas. Un fastidioso vento preannuncia una fredda notte; alle 6 del mattino la temperatura nella tenda è di 2 gradi e la poca acqua rimasta nella borraccia sulla bicicletta è gelata. Questa notte il mio sonno è stato agitato a causa dell’altitudine, sentivo il cuore battere forte e il respiro rallentare fino a darmi un’ impressione di apnea, di soffocamento. Fuori l'alba è spettacolare e mentre preparo il té per la colazione osservo sulle rocce di fronte una colonia di vizcachas –simpatici roditori della famiglia dei cincillà, simili a conigli dalla lunga coda. Dopo 21 km di altiplano arrivo a Parinacota piccolo pueblo di poche case costruite attorno ad una chiesetta andina del XVII secolo dai muri di pietra colorata di bianco. Il villaggio è situato alle falde del vulcano omonimo a circa 4400 m. slm. Nel pomeriggio mentre cammino fra i bofedales popolati di llamas e alpacas accuso il primo - e unico di tutto il viaggio, attacco di soroche, il temibile mal di montagna. La signora che mi ospita mi prepara una cena stupenda a base di zuppa di quinoa –un cereale che cresce a queste altitudini, carne di alpaca con arroz e verdure e per finire un mate de coca -infusione di foglie di coca, eccellente rimedio contro il soroche. Nonostante il forte mal di testa, Il respiro affannato e la mancanza di appetito mi sforzo di  mangiare l’ottima cena e dopo un profondo sonno riparatore il mattino seguente sono nuovamente in perfetta forma. Dopo una colazione di té, pane e palta parto per una camminata lungo le lagunas e i bofedales che si estendono ai piedi de los Payachatas, i vulcani Pomerape e Parinacota che dominano l’orizzonte. A questa altitudine gli specchi d’acqua sono popolati da colonie di fenicotteri andini incuranti del soroche . Sul cammino del ritorno incrocio due guardie forestali che stanno compiendo un censimento della popolazione di vicuñas, llamas e alpacas.

 

                              

 

Durante il pomeriggio mi godo il sole che scalda le pietre del muro di cinta della chiesa, discorrendo pigramente con alcuni abitanti del pueblo. Qualcuno mi offre una bottiglietta di birra e una volta stappata, prima del brindisi lasciamo cadere qualche goccia nella polvere ai nostri piedi, un’offerta alla Pachamama –la madre terra, in segno di rispetto e di buon augurio. Il culto della Pachamama e il rito delle offerte sono profondamente radicati nell’anima andina: venerata come essere vivente, è considerata la divinità cosmica, fondamento dell’esistenza, che regna sulla Natura.

Riparto dai 4400 m. di Parinacota per arrivare ai 4600 del lago Chungarà dove trovo alloggio al rifugio Conaf situato lungo la Ruta International. Il resto del giorno lo passo ad osservare i coni perfetti  dei due vulcani specchiarsi nell’acqua blu scuro del lago. In lontananza si vede la cima innevata e fumante di un vulcano attivo. I colori del cielo cambiano al passaggio delle nuvole mentre il tramonto porta con sé il freddo della notte. Il guardaparque accende la piccola stufa mettendo a bruciare la llareta una pianta tipica della regione, molto compatta e dall’alto valore calorico. Passo la serata vicino al fuoco a leggere, mentre Fernando fuma silenzioso in un angolo, immerso nei suoi pensieri e nei suoi sogni. Restano a percorrere 30 chilometri per arrivare ai 4700 m di Tambo Quemado, il confine tra Cile e Bolivia. Le formalità sono minime, solo il mio mezzo di trasporto suscita la curiosità dei presenti che mi salutano con l’ormai beneaugurante "que le vaya bien". Dopo alcuni chilometri di discesa  percorsi a circa 60 Km/h lascio la Ruta Internacional per raggiungere il pueblo di Sajama situato ai piedi del vulcano omonimo, che con i suoi 6542 m. è la più alta montagna della Bolivia. La pista è di pura arena, sabbia vulcanica che mi obbliga a spingere la bicicletta e il suo carico per circa 11 chilometri. Le famiglie del villaggio sono organizzate in una cooperativa e offrono vitto e alloggio a rotazione ai turisti e agli andinisti che visitano la regione. La famiglia che mi ospita ha una semplice ma simpatica cameretta con quattro letti di cui sono l’unico occupante ; un tavolo di formica servirà per la cena, sopa, uova fritte con patatine fritte e l’immancabile mate de coca. L’acqua corrente – fredda, è nel cortile e il cesso per gli ospiti è a 100 metri dalle abitazioni. Il villaggio è modesto e la gente vive del turismo generato dall’istituzione del Parque Nacional Sajama. A circa due ore a piedi dall’abitato sgorgano delle aguas termales che mi permettono di prendere un bagno caldo, il primo da quando ho lasciato Arica una settimana fa.

 

km 268 a 519 – Lascio il pueblo di Sajama evitando la dannata pista sabbiosa e ritorno sulla Ruta Internacional. Dopo una ventina di chilometri di asfalto mi inoltro lungo la pista che porta a Cosapa. Il villaggio è in festa, le campane della chiesa suonano in continuazione e la popolazione tutta è in processione. Oggi è il 1° novembre e si festeggia la ricorrenza di Ognissanti. Lascio gli abitanti al loro fervore religioso e proseguo per la pista in terra battuta che in tre giorni dovrebbe portarmi ad Oruro. Dopo pochi chilometri arrivo al guado di un fiume. L’acqua arriva a mezza gamba, obbligandomi a spingere la bicicletta a piedi nudi. Incrocio un vecchio in bicicletta e mi fermo a conversare con lui : è grande la sua meraviglia quando gli mostro la cartina della Bolivia e il mio probabile itinerario. Mi da alcuni consigli sulla pista, poi gli chiedo quanto disti Turco , il prossimo villaggio. Non conosce la distanza esatta ma senza esitazione mi dice che ci arriverò domani alle 11.00. Riparto sorridendo per l’inaspettata precisione del vecchio. Il panorama è di pura pampa, arida, popolata da vicuñas e delimitata da rotonde e verdi colline coltivate a scacchiera. Mi fermo poco prima del tramonto ad armare la tenda, mentre il sole dipinge enormi nuvole bianche nel cielo color indaco come sulla tela di un pittore. Meravigliato da questo spettacolo naturale e stanco della lunga pedalata mangio una scatoletta di tonno con Aji chileno -una salsa rossa piccante, alcuni biscotti e una banana prima di coricarmi. L’indomani mi sveglio alle 6 :00 e preparo un’abbondante colazione, durante la quale ricevo la visita di un pastore. Discorriamo del mio viaggio e delle sue bestie e noto che tiene la mano destra infilata sotto la giacca come se nascondesse qualcosa. Istintivamente mi irrigidisco quando ci salutiamo e lo osservo mentre si allontana portandosi all’orecchio una vecchia radio a transistor che trasmette una antica melodia andina. La musica andina, una noia mortale secondo Lucio Dalla e Roberto Vecchioni, ma ascoltarla in questa parte del mondo, circondato da queste fiere montagne non è certo la stessa cosa che a Bologna o a Milano. La pista è un continuo e faticoso saliscendi a causa delle calaminas  -ondulazioni ravvicinate che trasformano il terreno in una interminabile latta ondulata. Al termine di una lunga discesa raggiungo il pueblo di Turco, guardo l’orologio, sono le 11.01 come predettomi dal vecchio ieri al guado e per qualche sconosciuta ragione non  ne sono affatto meravigliato, c’è sempre qualcosa di irrazionale, di magico in un viaggio.  Oggi è giorno di mercato nella piazza della iglesia e l’arrivo di uno straniero in bicicletta provoca non poca confusione. Una ventina di bambini chiassosi mi si stringe attorno mentre compro tomates, cebollas, palta y platanos per un pranzo vitaminico.Gli anziani sgridano i più piccoli poi approfittano della breve quiete per discutere un poco, leggo sui loro visi l’incredulità e la difficoltà a comprendere come uno possa divertirsi a pedalare per queste piste polverose invece di usare un veicolo : in fondo per loro la bicicletta è simbolo di pobreza. Prima di lasciare il villaggio riempio le borracce al lavatoio tra gli sguardi divertiti di alcune donne che stanno facendo il bucato. Le montagne russe si susseguono rallentando non poco la mia media oraria, arrivo ad un crocevia che è notte fonda, credevo trovarvi un hospedaje invece rimedio solo un fetido pagliericcio in una squallida e lurida officina, mi corico stravolto, dopo aver mangiato due banane. Durante la notte ho ricevuto la visita di alcuni topi, motivo che mi spinge a partire molto presto. La pista non migliora, nelle discese le ondulazioni del terreno mi costringono a frenare, fatto molto frustante dopo lo sforzo della salita. Oggi è domenica e nel primo pomeriggio arrivo a Toledo, un pueblo di case in mattoni di fango costruite lungo vie sterrate, piene di buchi e di sporcizia. La piazza principale dove tutta la popolazione del paese è riunita assomiglia invece ad una piccola oasi. Ci sono alberi e panchine, bar aperti e bancarelle che vendono dolci, frutta e verdura. Mi disseto con un paio di spremute attirando l’attenzione di molti curiosi. Gli incontri con la gente del luogo sono fra i momenti più belli di ogni viaggio ma a volte è difficile gestire una ventina di marmocchi urlanti. Regalo loro la cartina della Bolivia che avevo preso alla frontiera, ne segue una rissa festosa e la cartina viene ridotta in coriandoli sotto gli sguardi di rassegnata disapprovazione degli anziani. Ne approfitto per arrivare all’uscita del paese dove, dalla polvere, spunta una striscia di cemento, la nuova ruta pavimentada che porta ad Oruro. Gli ultimi 40 chilometri scorrono veloci a più di 20 km/h di media ed arrivo in città euforico. Occupo una stanza all’Alojamiento Copacabana dove una buona doccia lava via polvere e stanchezza, poi mi reco al mercato dove per 6 bolivianos – 75 centesimi di euro, mi servono un mezzo pollo fritto con arroz e patatine fritte. Nel 1988, durante il mio primo viaggio in Sud America, ero passato da Oruro e mi ero fermato una notte. Nei  ricordi la città aveva un aspetto desolato e deprimente mentre ritrovo una cittadina gradevole e festosa. In questo pomeriggio domenicale osservo la gente passeggiare per il mercato e per le strade con i vestiti della festa, i giovani parlare al telefono cellulare e affollare gli internet café e ripenso alle condizioni di vita dei piccoli pueblos andini, quella vita povera, semplice ed autentica della quale già sento una forte nostalgia.

                        

                              

 

sumaj orcko – el cerro hermoso

 

km 519 a km 741 - Per evitare una pista sabbiosa e monotona prendo il treno da Oruro a Uyuni, 314 km più a sud. Una carretera de tierra la unisce a Potosì, antica capitale dell'argento situata ai piedi del Cerro Rico, la montaña de plata o Sumaj Orcko com'era conosciuta in lingua quecha. Si parte dai 3650 m. slm di Uyuni per salire subito a 4150 m. Dopo il colle una ripida discesa mi porta a Pulacayo, pueblo minero abbandonato. "Aquì no hay nada"  mi dice con rassegnazione un'anziana signora alla quale avevo chiesto dove potessi comprare un refresco. La montagna che domina il villaggio è rossa con venature verde-azzurro e un fiume giallo-ocra scorre verso valle costeggiato dalla pista. Dopo un'altra dura salita percorro diversi chilometri di pampa deserta con le sue dolci ondulazioni. Quando il sole sta per scomparire dietro le montagne trovo uno spazio tra bassi cespugli dove campeggiare sul terreno sabbioso. Raccolgo dei rametti secchi e accendo un piccolo fuoco che ingentilisce il buio e la solitudine di questa notte. Mi sveglio all’alba e preparo la colazione, smonto la tenda e carico la bicicletta secondo un lento rituale che perfeziono giorno dopo giorno. A fine mattinata arrivo al villaggio di Tica Tica dove faccio rifornimento di pane e acqua seguito da sguardi discreti . Dopo il pueblo una lunga e dura salita mi riporta ad oltre 4.000 m. La discesa che ne segue è a tratti veloce, ma le calaminas improvvise trasformano la bicicletta in un puledro bizzoso. All’ora di pranzo raggiungo Pelca, a metà strada tra Uyuni e Potosì, dove un modesto bar-ristorante segna la fermata ristoro per gli autobus di linea. In una pozzanghera di polvere giocano i due figli della dueña. Il tempo sta cambiando, ci sono grosse nuvole nel cielo sospinte da un forte vento e il freddo è più intenso. Pedalo in solitudine tra i mulinelli di polvere sollevati dal vento fino al cartello che indica 75 km a Potosì, a poca distanza dal pueblo di Chaquilla. Mi allontano di un centinaio di metri dalla pista e accampo tra i cespugli. Nella notte la temperatura scenderà fino a -2° nella tenda. Il terzo giorno è da Tour de France: 4 volte oltre i 4000 m. sotto un sole che picchia duro. La pista attraversa un canyon lungo il quale scorre un rio fresco e invitante per una pausa bagno e colazione. Una salita e poi una discesa e arrivo a Agua de Castilla, villaggio minerario sfruttato dalla società Porco che possiede tutto il possedibile della vallata, forse anche l’anima delle persone che ci vivono e lavorano. 6 km di faticosa salita poi una gradevole discesa lungo una verde vallata, la strada attraversa più volte i binari della ferrovia che serve a trasportare i minerali estratti. Incrocio un cantiere stradale, rallento, uno degli uomini mi fa cenno di fermarmi. Oltre alle solite e curiose domande il capo-cantiere mi chiede una chiave inglese o una chiave da 24 che servirebbe loro per riparare un pezzo meccanico. Sorridendo gli mostro gli attrezzi della bicicletta, notando una celata delusione sul viso degli operai. Mi arrampico lungo la salita, vedo in lontananza il dosso che rappresenta l’ultimo scollinamento che mi attira come una fata morgana ma quando credo di averlo raggiunto una curva a gomito rivela un falso-piano, poi un’ennesima salita. Mi fermo a tirare il fiato, sul lato della pista c’è una casa e un vecchio seduto al sole del pomeriggio mi invita a descansar accanto a lui. Parliamo del mio viaje dall'Italia, Europa fino alla Bolivia e del suo, domani, per il mercato delle vicuñas di Potosì. Il tramonto si avvicina, fa freddo e tira vento, mi congedo dal vecchio e mi allontano lungo il falso-piano, cercando un posto adatto a montare la tenda per la notte. Alle mie spalle in una nuvola di polvere arriva una camioneta che da lontano mi fa segnali con i fari. Si tratta del capo-cantiere, quello della chiave da 24: mi offre un passaggio per i mancanti 23 km fino a Potosì. Un cicloturista puro e duro non dovrebbe lasciarsi tentare ma già mi vedo seduto in un piccolo ristorante a divorami un mezzo pollo allo spiedo, patatine fritte e arroz... quindi accetto. Viaggio seduto nel bagagliaio scoperto del veicolo con la mia bicicletta, mentre le sagome degli alberi e delle case si ritagliano un contorno nel cielo sempre più buio.

 

                                      

 

Potosì nel 16mo secolo aveva tanti abitanti quanto Roma, Parigi o Sevilla ed era una città ricca e frivola grazie all'immensa miniera di argento del Sumaj Orcko. Il prezioso minerale si è esaurito ormai da secoli e oggi il 15% degli uomini e il 30% delle donne sono analfabeti, uomini e bambini continuano a lavorare e a morire nelle circa 300 mine ancora in attività, aggiungendosi ai circa 8 milioni di indigeni lasciati morti dallo sfruttamento coloniale spagnolo.  

Potosì si appresta a celebrare l’anniversario della liberazione il 10 novembre 1810. Nel centro della città si respira l’euforia dei giorni di festa, festa che non si interrompe neppure durante la notte. Una folta delegazione di La Paz occupa il mio stesso alojamiento, passano la notte a discutere, cantare e bere, il riposo è rimandato. Dopo una notte insonne cerco un nuovo alloggio, trovandolo all’hostal Carlos V, più caro ma silenzioso, un pedante impiegato tuttofare sorveglia addirittura che nessuno sbatta le porte delle stanze. Il centro storico di Potosì è un monumento, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco e tra le antiche vie lastricate tutto è pronuo per la parata. Tra due ali di folla sfilano le bande musicali con in testa le majorettes, le associazioni professionali, civiche e sindacali, i collegi e le scuole, tutti con stendardi e bandiere portati con orgoglio e dignità. Alle 10 della sera ai vari angoli di strade e piazze sorgono banchetti improvvisati che vendono bevande calde a base di alcohol potable a 96° e la vera festa sta forse per iniziare. Alle 7.00 del mattino seguente attraverso la piazza principale vedo numerose persone sdraiate lungo i marciapiedi, sicuramente vittime dell’intossicante cocktail. Al terminal degli autobus riesco ad occupare l’unico posto ancora libero sul bus in partenza per Sucre. Dopo due ore di viaggio comodo ma tra gli effluvi alcolici dei miei vicini, trascorro una tranquilla domenica nella capitale legale della Bolivia. La piazza principale, grande e ordinata, sulla quale si affacciano una chiesa e i palazzi in stile coloniale dai balconi in legno pregiato è un luogo di incontro per gli abitanti . Seduto su di una panchina osservo i bambini giocare, i giovani corteggiarsi, gli adulti conversare vegliando sui propri figli e gli anziani, sorridenti e taciturni, ripercorrere mentalmente la storia della loro vita. Di ritorno a Potosì mi concedo una visita turistica alle miniere del Cerro Rico. La guida ci fa indossare stivali di gomma, pantaloni, giacca cerata e un casco da minatore completo di luce. Ad una bancarella del mercato del quartiere delle miniere compriamo i regali per i minatori che ci accoglieranno : guanti da lavoro, sigarette, foglie di coca, refrescos, e un candelotto di dinamite completo di miccia e detonatore. Seguiamo Ricardo lungo un cunicolo alto due metri, in alcuni punti, anche meno e largo uno e mezzo. Il suolo è un’enorme pozzanghera e le nostre torcie proiettano fasci di luce che tagliano l’aria come lame di pugnali nella notte. Raggiungiamo due minatori ed un tecnico che stanno ultimando le perforazioni nella parete di roccia. Sotto i nostro occhi vengono sistemate le cariche di dinamite poi viene pressurizzato il nitrato di ammonio che aumenta la resa dell’esplosione. Le miccie sono sistemate  e il minatore  che tiene in mano con indifferenza il fiammifero acceso scherza per impressionare i visitatori. Ci allontaniamo lungo un cunicolo laterale,  l’esplosione c’è davvero, il rumore è cupo, attutito, ma lo spostamento d’aria prende allo stomaco. Lasciamo i nostri doni e i minatori sorridono con quel tipico rigonfiamento della guancia dovuto al grumo di foglie di coca che tengono in un angolo della bocca per tutta la giornata. Usciamo nuovamente alla luce del sole, quella che abbiamo visitato è una mina sfruttata in co-operativa, quasi una miniera-modello, con condizioni di lavoro decenti per questo paese, le perforazioni sono fatte con un perforatore pneumatico ad acqua che riduce la polvere e le particelle nocive nell’aria. In questo modo i lavoratori potranno sperare di vivere qualche anno in più dei loro colleghi delle altre miniere. Guardando questo cielo azzurro che ferisce gli occhi penso alle inumane condizioni di lavoro all’epoca della Conquista, quando gli indigeni entravano nelle miniere per uscirne solamente da morti. Vorrei comprare tutta la dinamite liberamente venduta sulle bancarelle della città per fare sparire per sempre dalla terra questa maledetta montagna e la vergogna che rappresenta, ma cancellare la memoria di questa tragedia lascerebbe solo posto al Male.

 

                                                  

 

km 741 a 999 – Dal centro di Potosì la strada per Tupiza, a 266 chilometri di distanza, inizia in salita, attraversando il quartiere dei minatori fino ai 4350m del Cerro Rico. La pista è polverosa e i grossi mezzi che lavorano nelle varie miniere sollevano nuvole di terra color ocra. Quando ormai il Cerro rico è alle mie spalle la strada comincia a scendere e il paesaggio cambia lentamente, percorro un canyon con un esiguo rio che rende fertile e verde il fondo valle rinchiuso tra montagne rossastre punteggiate di cactus. Ci sono diverse abitazioni circondate da campi e orti, ogni tanto un cane scaccia la noia rincorrendomi. Trovo un posto per campeggiare in una discreta e ampia ansa del fiume in secca, tra enormi cespugli di cactus. Due uomini armati di lunghi machetes passano e mi salutano divertiti. Mi trovo ora ad un’altitudine più bassa e il caldo avvicina i 40 gradi, durante il pomeriggio del secondo giorno vedo un temporale prepararsi all’orizzonte; quando al tramonto iniziano a cadere le prime goccie mi trovo in cima ad una lunga salita e mi affretto ad accamparmi al lato della strada. La pioggia si allontana e il cielo lascia splendere una chiarissima luna di tre-quarti che illumina la mia cena di spezzatino di carne di soya con piselli in salsa rossa piccante. Amara sorpresa al risveglio la ruota posteriore è sgonfia, due forature provocate dalle spine degli arbusti spinosi e dei cactus onnipresenti. Riparo e parto, ma questa sarà la giornata delle forature, incredibilmente l’unica di tutto il viaggio. Nel pomeriggio dopo un veloce tratto in discesa mi ritrovo con le due ruote sgonfie, un massacro: tre fori davanti, cinque forse più  dietro. Riparo una camera d'aria, sostituisco l'altra e riparto. All’orizzonte un nuovo temporale si prepara. Dopo pochi chilometri ho nuovamente la ruota posteriore sgonfia con due belle spine piantate dentro. Scarico la bicicletta e tolgo la ruota per ripararla mentre cadono alcune goccie di pioggia .. "proprio come ieri" penso.. "ora smette".. continuo il lavoro di riparazione.. tuoni e lampi .. un primo buco è riparato.. piove... anche il secondo buco.. inizia a piovere forte.. indosso la giacca impermeabile.. si mette a grandinare.. "merde", non è come ieri.. lampi e tuoni si fanno minacciosi.. metto una felpa sotto il cappuccio.. mi allontano da alberi e bici.. mi accovaccio per terra e guardo chicchi grandi come aceitunas cadere.. 10 minuti che sembrano un'ora... poi la calma.. la pioggia si fa rada ma la strada è ora un fiume di fango.. armo la tenda e mi metto all’asciutto.. è ormai buio quando il cielo si schiarisce lasciando splendere la luna e le stelle. Il mattino seguente l’aridità dell’altiplano ha già asciugato completamente la pista e i raggi del sole prosciugano anche le mie forze. Nel pueblo di Ramadas mi fermo per uno spuntino, nell’unica tienda compro pane, formaggio, del prosciutto sintetico e una burbuja morena -bibita simile al nostro chinotto. La gente del villaggio mi si stringe intorno incuriosita  soprattutto dall’attrezzatura di viaggio, le borse in pvc, il contachilometri, l’orologio con l’altimetro. Riparto a fatica e percorro diversi chilometri di pampa, con le sue infernali ondulazioni. Un nuovo temporale mi rincorre durante il pomeriggio obbligandomi a trovare riparo in una scuola in costruzione di un piccolo villaggio, ospite di quattro lavoratori che approfittano della pioggia per concedersi una pausa. Con il fornellino preparo un mate de coca da dividere con i miei amici improvvisati : mi sorridono, loro le foglie di coca preferiscono masticarle. Quando la pioggia smette rimonto in sella deciso ad arrivare a Tupiza prima di notte. Arranco a fatica lungo l’ultima salita poi, dall’alto dell'ultimo colle spazzato da un forte vento mi lancio a tutta velocità  lungo 16 chilometri di discesa e 800 metri di dislivello. Sul filo dei 40/50 km/h cerco disperatamente di non cadere, di non finire in un burrone e di non spaccare la bicicletta o il materiale. Arrivo sulla piazza del mercato di Tupiza gremita di gente al calare del sole. Ai quieti abitanti devo sembrare un marziano impolverato, con occhi umidi di lacrime per il vento e la polvere e un gran sorriso dall’emozione.

 

 

9 ottobre 1967

 

km 999 a km 1272 -  Ritorno a Uyuni in treno attraverso paesaggi che ricordano i vecchi film del Far West, montagne di arenaria rossa e ocra, scolpite dagli elementi e dal tempo che hanno creato strettissime gole e ampie vallate appena illuminate dalla luce argentea della luna piena. Uyuni è una cittadina sviluppatasi ai margini del salar omonimo, il più esteso e alto deserto di sale al mondo. La pura bellezza dei paesaggi della regione attira sempre più numerosi visitatori e l’industria del turismo è in grande espansione. Ho intenzione di attraversare il deserto di sale in bicicletta e da Uyuni raggiungo Colchani a 20 km di distanza, un piccolo pueblo che vive grazie alla raccolta del sale.

 

                              

 

Il lavoro è ancora fatto a mano con pala e piccone per rompere la spessa crosta di minerale formando dei coni che vengono lasciati ad essicare al sole. Il sale è quindi portato a Colchani e trattatto in maniera artigianale in piccole baracche male illuminate. Dopo aver aggiunto lo iodio nella quantità prescritta dall’OMS, il sale è impacchettato e spedito in tutto il paese e all’estero. Passo la notte in tenda a pochi chilometri da Colchani, ai margini del salar. Alle 06:30 inizio la traversata fino a Incahuasi o Isla del Pescado, l'isola situata al centro del salar e distante 70 km. La crosta di sale è spessa dai 5 ai 10 m, dura come cemento e forma, in superficie, degli esagoni irregolari. Il cielo è di un azzurro purissimo e la luce si riflette sulla superfice immacolata come su di una montagna innevata. Il salar è perfettamente in piano e l’assenza di vento mi consente di pedalare a 25 km/h. Quando sono ormai in vista dell'isola -uno scoglio di rocce, sabbia e cactus- incrocio una famiglia in bicicletta Nathalie e Vincent, coppia franco-belga con al seguito il figlio Robin di tre anni che viaggia in un carrettino attaccato alla bici di papà. Sono in viaggio da quattordici mesi e intendono effettuare un giro del mondo in tre anni. Dopo il consueto scambio di saluti e informazioni raggiungo l’isola. Arrivano una coppia di australiani, in viaggio anche loro da mesi, in sella ad una Harley Davidson, poi Don un ragazzo del Texas sulla sua Yamaha XT 600. Mi isolo tra le rocce e i cactus, pranzo e faccio una bella siesta durante le ore piu' calde del giorno. Alle 16:00 riprendo la via del ritorno e quando l'isola inizia a confondersi con l'orizzonte e di Colchani si vedono solo le montagne che lo circondano, mi fermo per la notte nel bel mezzo del salar. Preparo la cena mentre il tramonto accende di rosso le poche nuvole che striano il cielo. Quando il buio conquista l'orizzonte ad occidente, da oriente una splendida luna piena inonda la bianca distesa della sua luce d'argento. Lentamente i contorni spariscono, sembra di galleggiare su di un immenso mare di latte: in una notte così vorrei non dormire.. se non fosse per la gran stanchezza! L'alba é altrettanto gloriosa, anche se rompe l'incantesimo di una notte magica. A Colchani ritrovo Nathalie e Vincent e il piccolo Robin che durante il viaggio ha già imparato a parlare spagnolo e quando si fermano nei pueblos corre a giocare con amici improvvisati. Rientro con loro ad Uyuni sorridendo al pensiero di mammine italiane tanto apprensive e sempre appiccicate ai culetti -profumatissimi- dei loro pargoli. Da Uyuni la strada che porta in Cile attraverso il Sud Lipez è parecchio difficile da percorrere in bicicletta da solo; per raggiungere San Pedro de Atacama mi aggrego ad un tour in 4x4 di 3 giorni -costo 60 usd. I paesaggi del Lipez, sospesi tra i 4500 e i 5000 m di altitudine, sono stupendi. Vulcani dalle cime innevate, lagune dai colori inaspettati che ospitano colonie di fenicotteri andini, geysers che lanciano nuvole di vapori al cielo terso, sabbia, rocce e montagne. Mi faccio lasciare a Laguna Verde -a pochi km dal confine. Quando tutte le Toyota Land Cruiser sono ripartite rimango solo ad osservare il cono perfetto del vulcano Licancabur specchiarsi nel chiaro smeraldo della laguna. Si alza il  vento e la superfice dell’acqua cambia colore quasi come in un gioco di illusionismo. Passo la notte in tenda, grande é la solitudine ma non mi pesa, fuori tira un forte vento e il freddo pungente mi costringe nel sacco a pelo subito dopo il tramonto. L'alba sulla laguna verde è spettacolare, quasi commovente. Vorrei tentare l'ascensione lungo le pendici del vulcano fino ai 5916 m. della cima, ma la prudenza mi consiglia di non tentare l'impresa da solo. Pedalo lungo la Laguna Blanca con il vento che solleva nuvole di sabbia davanti a me fino al posto di frontiera situato a 4650 m. salutato con cordiale curiosità dai soldati di stanza. Pochi chilometri di pista sterrata poi mi ritrovo sulla strada internazionale che collega il Cile all’Argentina. Mi aspettano 40 chilometri di pura bajada su strada asfaltata per arrivare a San Pedro de Atacama, oasi ridente ai margini di uno dei deserti più aridi del mondo. Dopo le formalità di dogana mi volto a guardare la sagoma del Licancabur che marca il confine con la Bolivia con una velata nostalgia.

Il costo della vita in Bolivia è uno dei più bassi del Sud America: 1 dollaro us si cambia a 7 bolivianos con 40 centavos; con 1 boliviano si possono comperare 4 banane oppure 5 panini o una bottiglietta di refresco o un sacchetto di foglie di coca per il mate o una piccola tavoletta di cioccolato. Un almuerzo -pranzo a menu fisso di sopa e segundo, costa dai 4 ai 7 bs, un pollo allo spiedo con papas, arroz e un refresco 6 o 7 bs, un hamburguesa con papas in un chioschetto 2 bs, un alojamiento di "standard Ezio" 15 bs, una pizza in un locale da gringos 50 bs! è facile indovinare quante pizze io possa avere mangiato.

 

In Bolivia il 9 ottobre 1967 Ernesto Guevara venne catturato e assassinato dai militari-burattini boliviani su ordine degli agenti della CIA-Mangiafuoco. Il medico argentino divenuto rivoluzionario per ribellarsi alle troppe ingiustizie del suo continente tentava di organizzare una rivolta campesina che potesse portare un cambiamento. Da allora l'ideale rivoluzionario si è certo affievolito e gli eventi internazionali degli ultimi decenni creano un'illusione globale, ma viaggiando in bicicletta attraverso il paese più povero del Sud America, su strade di terra e pietre, in pueblos senza elettricità né acqua potabile, nella vita dei campesinos e delle genti dell'altiplano, sui visi e negli occhi dei tanti bambini che vivono per le strade delle città arrabattandosi in mille piccoli mestieri ho visto che, 35 anni dopo, le ragioni per ribellarsi sono ancora tutte presenti. "Hasta siempre comandante".

NOTA: mentre riordino questi appunti un anno dopo il mio viaggio in Bolivia mi colpisce l'amara realtà dei fatti: le ragioni per ribellarsi sono ancora intatte e hanno spinto una parte del popolo boliviano nell'ottobre 2003 a sollevarsi e, nonostante i massacri perpetrati da polizia e esercito, a costringere il corrotto presidente della repubblica alle dimissioni. Presidente che vive ora un esilio dorato a Miami, mentre il destino degli umili e dei poveri della Bolivia rimane ancora sospeso, legato allo sfruttamento delle enorme risorse naturali del paese. Le stesse ragioni che hanno ancora spinto alla ribellione una parte del popolo boliviano durante il 2005.

 

San Pedro de Atacama è un pueblo addormentato ai margini del deserto omonimo che sta vivendo un improvviso sviluppo dovuto al turismo internazionale e le poche stradine di sterrato disposte a griglia sono invase dai Toyota Land Cruiser delle agenzie di viaggio. In la bicicletta mi inoltro nel deserto sotto un sole cocente attraverso la valle de la luna, un incredibile paesaggio lunare fatto di rocce scolpite dall’erosione degli elementi. Una duna di sabbia alta 80 metri permette di godersi il panorama spazzato dal vento fino al tramonto. Ritorno a San Pedro dove i ristoranti per turisti lungo la Caracoles offrono pasti a 10/15 € per persona, io preferisco cenare in campeggio, spaghetti e una bottiglia di birra ben gelata.

Prima di partire per Santiago mi concedo un lungo giro (119 km) attraverso il salar di Atacama fino alla laguna Chaxa, area protetta, proibito accampare devo quindi fare ritorno a San Pedro. Ho giusto il tempo di fermarmi una notte a Calama dove intendo visitare la miniera di Chiquicamata, la più grande mina a cielo aperto del mondo. Il cratere è enorme così come le scavatrici e i mezzi che trasportano il materiali dal quale si estrae il rame, la grande ricchezza del nord del Cile. La (gentilissima) guida che ci accompagna spiega come questa possa essere considerata una miniera modello per i metodi di lavoro e la sicurezza. Chiedo dell’incidente che a causato la morte di un minatore di cui parla il giornale che ho letto sul taxi collettivo che mi ha portato alla miniera. La (gentilissima) guida si trincera dietro un secco no sé –non lo so. Il villaggio sorto ai margini della miniera sta per essere abbandonato per uno nuovo costruito appositamente per salvaguardare la salute degli abitanti e dei lavoratori, afferma  la (gentlisima) guida, ma sono ormai stufo di ascoltare la propaganda aziendale. Ritorno a Calama, carico bicicletta e bagagli su di un bus a destinazione Santiago.

 

                                                            

 

 

araucaria araucana

 

 

km 1272 a km 2296: Dopo un mese e mezzo di sforzo solitario nel nord del Cile e in Bolivia ritorno a Santiago del Cile dove mi attende l’amico Philippe appena arrivato da Monaco in aereo. Continueremo insieme il viaggio verso il sud del mondo, Philippe ha già percorso due volte la Patagonia in bicicletta e i suoi racconti mi hanno convinto a tentare questa avventura. In bus percorriamo circa 650 km fino a Victoria dove iniziamo a pedalare verso la regione di laghi e vulcani tra Cile e Argentina. Dopo le zone aride e desertiche del nord del Cile e dell'altiplano boliviano mi ritrovo immerso nel verde: prati e pascoli, boschi e foreste, torrenti e fiumi, laghi e montagne innevate. Seguiamo la pista che porta al Parque Nacional Conguillo aggirando la base del vulcano Llaima, attivo, un cono perfetto ricoperto di neve. Troviamo neve anche sulla pista e dobbiamo spingere le biciclette in alcuni tratti; due tronchi d'albero caduti di traverso alla pista ci obbligano a difficili passaggi attraverso la densa foresta di faggi australi e di araucarias araucana -anche detti pehuénes o pini cileni- alberi bellissimi, alti 40/50 metri, superstiti di ere lontane quando queste terre erano popolate dai dinosauri. Sono alberi che possono vivere più di mille anni e competono con i coigue -faggi australi, spingendosi il più alto possibile verso il cielo alla ricerca della luce del sole. La quiete del lago è la ricompensa per i nostri sforzi: ci accampiamo sulla sponda e tra gli alberi si intravvede la cima fumante del vulcano. Philippe può finalmente provare la sua nuova canna da pesca e una bella trota finisce arrostita su di una pietra vulcanica posta in un fuoco. la pesca senza permesso e i fuochi sono proibiti in un parco nazionale ma per nomadi in bicicletta come noi le regole non esistono… Proseguiamo tra foreste di araucarias attraversando, lungo il versante orientale del vulavo Llaima il grande campo di lava dell'eruzione avvenuta negli anni '50. La pista è di cenere vulcanica, nera finissima, è necessario uno sforzo maggioreper avanzare. Dopo una sosta pranzo a Melipeuco ci dirigiamo verso l’Argentina. La notte sostiamo in un campeggio sulle sponde del lago Icalma dove accendiamo un bel fuoco –autorizzato, per arrostire delle salsicce da accompagnare ad un Gato Negro, vino rosso cileno. Arriviamo in argentina attraverso il passo di Icalma (1300 metri slm.). Sono giornate di pedalate su piste deserte, attraverso paesaggi di rara bellezza, ogni notte accampiamo sulle rive di un lago diverso, tramonti di arancione e albe chiare e trasparenti. Dopo 8 giorni e un'ultima tappa di 125 km arriviamo a Junin de los Andes dove ritroviamo un letto e un ristorante dove gustare un vacio a la parilla, ottima carne argentina. Le grandi foreste di araucarias sono finite, pioppi e cipressi vacillano al forte vento, rimangono laghi, vulcani e piste sterrate che -come la vita, non sono mai in piano, sali-scendi infiniti, sudore e fatica, polvere sotto le ruote e solo cielo sopra la testa, stanchezza alla fine del giorno ma stupore ed emozione per questa natura che vibra ad ogni respiro, ad ogni battito del cuore. A San Carlos de Bariloche ci concediamo 3 giorni di trekking sul vulcano Tronador: abbiamo camminato per ore sotto la pioggia e nella neve per raggiungere il rifugio a 2000 metri. Purtroppo il tempo non ci ha favoriti, ci sono tre metri di neve e continua a nevicare. Non abbiamo potuto raggiungere i ghiacciai impressionanti che scendono lungo le falde della montagna, ma abbiamo goduto della calda a atmosfera del rifugio. A Bariloche abbiamo alloggiato in una casa de familia, una cameretta bella e linda, bagno e cucina a disposizione, in una casa con giardino. I proprietari sono due giovani cileni con un figlio di tre anni gravemente ammalato. Sono molto riservati e non capiamo bene di che malattia si tratti ma quando, due mesi dopo, Philippe ritorna a Bariloche prima del rientro a Monaco, gli annunciano la morte del piccolo.

 

km 2297 a 2646: Da Bariloche la pista verso il sud tocca El Bolson poi il lago di Epuyen sulle cui rive ci accampiamo presso Sophie e Jacques, una coppia di francesi che da vent’anni vive in Argentina. Siamo alla vigilia di Natale e passiamo la giornata ad ascoltare il forte vento che fa ondeggiare gli alti pioppi che bordeggiano il campeggio. Non abbiamo un albero di Natale sfavillante di luci ma tutta una foresta che vibra ad ogni soffio di vento. Giorno di natale sulle placide rive del lago Epuyen, patagonia argentina: Il vento si è arrestato ma piove a dirotto e rimarrei volentieri al caldo nel mio sacco a pelo ad ascoltare la pioggia picchiettare sul telo della tenda. Philippe –già pronto a partire, mi urla che i veri nomadi in bicicletta non si fermano per quattro (... milioni) goccie di pioggia. Indossiamo gli abiti da bagnato e partiamo sotto il diluvio. Per alcuni km costeggiamo una parte dell'estesa proprietà appartenente alla famiglia Benetton in questa zona. Nel pueblo si racconta di quando, in ritardo con il pagamento delle tasse locali e onde evitare penali, alla giunta comunale e ai cittadini suoi sostenitori vennero omaggiati sgargianti maglioncini multicolori. Mi piace immaginare il freddo, tetro e piovoso inverno patagonico riscaldato e illuminato dagli united colors of corruption... Dopo circa 23 km l'onnipotente decide che può bastare: scoppiano lo pneumatico e la camera d'aria della ruota anteriore di Philippe: senza ricambio non possiamo continuare, siamo bloccati nel bel mezzo del nulla. L'onnipotente nella sua immensa saggezza invia su questa strada solitaria e sperduta chi se non il parroco di Epuyen di ritorno da una messa nel pueblo di Cholilla; facciamo ritorno al lago e passiamo la serata intorno ad un bel fuoco ospiti a cena della gentilissima Sophie. Riprendiamo il cammino con il sole attraversando il parque Los Alerces con i suoi boschi di alerces millenari, alberi della famiglia delle sequoie e dei cipressi. Gli indiani Mapuche chiamavano questo albero lahuan che significa nonno in quanto ne avevano compreso la longevità. Nel parco el abuelo è un albero vecchio di 2600 anni e alto 57 metri: guardandolo dal basso verso l'alto vorresti che potesse raccontare storie antiche e delle innumerevoli bufere che hanno tormentato il suo tronco. La pista corre sempre verso sud costeggiando il lago Futalaufquen; arriviamo a Trevellin uno dei villaggi della Patagonia argentina fondato dai gallesi. Domani attraverseremo nuovamente la frontiera, quindi ci congediamo con un’ottima parilla e una bottiglia di vino.

 

 

                

 

el camino longitudinal austral

 

km 2647 a km 3173: Il 31 dicembre ci ritroviamo a Futaleufú, in Cile. Alla frontiera ho dovuto mangiarmi le tre banane che ancora avevo in riserva in quanto non si possono importare derrate alimentari dall’Argentina al Cile. I poliziotti e i doganieri sono stati molto cortesi, ci hanno pure indicato un indirizzo nel villaggio, presso Doña Consuelo dove trovare alloggio e anche sexo. Non sappiamo se fosse uno scherzo o se esista davvero una gentile signora che affitti camere e anche il proprio corpo ai viandanti. Ci siamo diretti senza esitare al campeggio sulle rive del lago, il mistero rimane irrisolto. Dopo un’ottima cena innaffiata di birra, alle 23:00 sono coricato con la testa che sporge dalla tenda, ad osservare il cielo. Il vento che soffia tra gli alberi mi porta il rumore dei botti di mezzanotte e della sirena che annunciano il nuovo anno, felice 2003. Futaleufú si trova a circa 80 km dal camino longitudinal austral. Progettato su idea di quel bravuomo di Augusto Pinochet stesso e costruito negli anni settanta dai soldati  dell’esercito cileno e dai prigionieri politici, questo cammino di terra serve a collegare e a portare il progresso e lo sviluppo nei territori del sud del paese. Con il passare degli anni e l’avanzare dell’asfalto lungo alcuni dei 1320 km della carretera, scompare la frontiera dei pionieri ma il camino rimane tuttora immerso in un'atmosfera magica e leggendaria di boschi e foreste, ruscelli, montagne e ghiacciai. Puerto Puyuhuapi è un villaggio fondato da coloni tedeschi e costruito all’estremità di un fiordo profondo. Sostiamo per una tazza di té e una fetta di torta poi costeggiamo il mare osservando alcuni delfini che nuotano presso la riva. Philippe si ferma a pescare e almeno 4/5 chili di pesce finiscono sulla griglia la sera stessa nel campeggio del parque Quelat. Il parco si stringe attorno allo spettacolare glaciar colgante, la fronte di un campo di ghiaccio che sporge su di una roccia di granito alta 300 metri, formando altissime cascate e brillando al sole con quel suo colore blu-bianco accecante. Un’intero giorno di pioggia ci ha costretti ad una giornata di riposo e di ozio. Abbandoniamo momentaneamente il camino austral per raggiungere Puerto Cisnes, un pueblo isolato, costruito sulle rive di un ennesimo fiordo. Le strade sono ben ordinate, ci sono pochi almacenes, una stazione di servizio e alcuni bungalows per i turisti che si avventurano fin qui. Philippe era già stato in questo luogo e conserva un buon ricordo della famiglia che lo aveva lasciato accampare nel proprio giardino. Nella vita le cose cambiano e non sempre in meglio … arrivo per primo a Puerto Cisnes e ritrovo la casa indicatami da Philippe. Dove prima sorgeva un giardino idilliaco ora troneggia l’insegna campeggio El Salmon. La vecchia mi chiede 6.000 pesos per campeggiare, più caro che qualsiasi alojamiento utilizzato finora. Mentre contratto arriva Philippe che, schiavo delle sue nostalgie, si sente offeso dall’esosa richiesta. Ne consegue una lunga ed estanuante trattazione, il tutto dopo 75 km di pedalate. Non funzionando la carta sentimentale del passato e constatata la determinazione della donna, Philippe si altera e afferma che pianteremo la tenda in un prato proprio di fronte alla sua casa. La donna ci fa notare che così non avremo né doccia né gabinetto, Philippe gli risponde che defecherà in strada davanti alla sua porta, mimando eloquentemente l’azione. La signora, rossa in volto, ci urla : «  yo los denuncio »,  sono anni di cruenta dittatura che riemergono nelle sua parole, il vicino che denuncia il vicino, il sospetto, la paura. Offriamo 3.000 pesos a testa per la notte, la donna accetta ma sin ducha, Philippe teatralmente protesta, la donna cede, ma fria, Philippe con enfasi si ribella, la donna accetta, ma sin luz, sono ormai le 21:30 e presto farà buio, ostentando collera ma sull’orlo di una crisi di riso otteniamo anche la luce per la doccia. Poi compriamo uova fresche e pan casero alla donna che può così arrotondare il ricavato della nostra sosta. Di ritorno sul camino austral raggiungiamo la piedra del gato, una stretta gola sul rio Cisnes dove i salmoni tentano di risalire la corrente compiendo salti incredibili tra le rapide per raggiungere il luogo supremo dove riprodursi e morire. Credo  di assomigliare molto poco a questi salmoni: il luogo supremo non è altro che un’utopia che mi spinge ad abbandonare le abitudini e le comodità, a lasciare le certezze per calpestare la polvere delle strade del mondo.

In questa regione i pueblos sono sovente poche case di legno, una chiesetta, un paio di almacenes con poca frutta e verdura in povero stato, il pane di ieri, l'immancabile Coca-Cola ed alcune salsiccie ammuffite nell'angolo di un frigo vuoto. A queste latitudini le persone hanno caratteri spigolosi e diffidenti, forgiati dalle intemperie, dall’isolamento e dalla dittatura, come la vecchia signora che a Villa Santa Lucia ci ha venduto del pan casero: tiene una foto di Augusto -el libertador de la patria, sulla credenza e alla mia semplicistica e riduttiva domanda bueno o malo risponde senza guardarmi: la foto lì stava e lì resta: l'essenzialità, la rassegnazione e l'immutabilità aiutano a sopravvivere al lungo e aspro inverno australe. Nei pressi di Villa Amengual sono in corso i lavori per asfaltare il camino: la pista è particolarmente difficile e faticosa in bicicletta. Sassi, terra e polvere, mezzi meccanici, e qualche esplosione, caldo e numerosissimi tabanos per circa 50 km. A Mañihuales un contadino ci lascia piantare le tende sul suo campo lungo il piccolo fiume. Questo é l'ultimo tramo del camino austral norte che porta a Coyhaique, piccola cittadina e capoluogo della regione di Aisén. In queste zone per km e km si osservano prati infiniti nei quali biancheggiano migliaia di tronchi d'albero caduti: sono il risultato degli immensi fuochi che tra il 1920 e il 1950 hanno liberato zone di foreste vergini al pascolo e all'agricoltura. Un vero e proprio disastro ecologico necessario al progresso dell'umanità o dettato solo dalla cupa avidità di latifondisti e speculatori ?

 

 

                              

 

 

 

el lago del desierto

 

km 3174 a km 4050: da Coyhaique ci sono ancora 600 km di strada prima che questa carretera di pionieri finisca sulle rive del lago O'Higgins, ai piedi dal Campo de Hielo Sur. Dopo 100 km di comodo asfalto arriviamo a Villa Cerro Castillo un pueblo situato ai piedi di una montagna che sembra un antico castello medioevale, una roccaforte inespugnabile, tormentata dai venti. Il giorno seguente Philippe ed io decidiamo di salire fino alla laguna che sta ai piedi del ghiacciaio. Nel villaggio qualcuno ci indica sommariamente il cammino, non esiste un sentiero marcato, occorre risalire il corso del torrente per poi percorrere una cresta di detriti morenici fino a raggiungere il piccolo lago di un intenso colore verde giada. Il tempo che in basso era così dolce si fa minaccioso, il cerro innalza le sue guglie ineguali e la sua cima frastagliata dal quale scende il ghiacciaio la cui fronte rimane sospesa su di una roccia verticale. Nuvoloni grigi sospinti da un fortissimo vento coprono il cielo mentre verso la pampa si scorge ilLago General Carrera distante 30 o 40 km. La natura ci mostra tutta la sua possenza e la sua bellezza, con raffiche di vento che tolgono il respiro e rendono incerto il proseguire lungo la morena. Le nuvole minacciano di abbassarsi ancora di più e di avvolgerci in una nebbia che renderebbe difficile l’orientamento. Rientriamo sfiniti al residencial dopo 13 ore di marcia, alle nove della sera quando Doña Yolanda -la proprietaria della pensione iniziava a preoccuparsi per la nostra assenza. Per fortuna sul fuoco della sua stufa a legna sobbolle una pentola di minestra di verdure. Dopo un giorno di assoluto riposo necessario a lenire i dolori muscolari, riprendiamo il camino costeggiando il lago General Carrera, che gli argentini chiamano Buenos Aires. Pochi chilometri dopo Villa Cerro Castillo in una zona di fitta foresta la pioggia ci sta aspettando e ci accompagna per l’intera giornata.

Accampiamo sulle rive del Rio Murta, nel campo di un contadino. Nella notte si alza un forte vento che spazza le nuvole, soffiando fortunatamente alle spalle, spingendoci lungo le rive del lago e increspando la superficie verde dell'acqua. Salite e discese si alternano lungo la valle del Rio Baker fino a Cochrane, l'ultima piccola città del camino austral. Troviamo alloggio presso una gentilissima famiglia, una cameretta ben pulita e l’uso della cucina per preparare i nostri pasti; la dueña ci offre una forma di pan casero. Restano da percorrere 220 km attraverso paesaggi sempre più selvaggi e austeri, in una delle zone più piovose del paese. Il cielo minaccia ad ogni istante tempeste inenarrabili, prigioniero tra foreste e montagne. Passiamo la notte al refugio Rio Vagabundo, una capanna di legno costruita per ospitare i poveri viandanti. Lungo una salita  vediamo la lapide in memoria di cinque soldati morti durante i lavori di costruzione del camino. Arriviamo a Puerto Yungay un presidio militare da dove, con un piccolo traghetto, si passa sulla sponda opposta del fiordo Mitchell. La tempesta ci coglie sulla lunga salita del paso Colgado dove la strada é scavata sul lato della montagna 150 metri a strapiombo sulla valle del rio Bravo. Pioggia a dirotto e vento fortissimo, il cielo e le montagne sono tinte di nero, la natura si fa inospitale tanto da incutere un sentimento di paura. Philippe è davanti, io trovo un riparo di fortuna e quando la pioggia smette posso accamparmi. Il vento soffierà per tutta la notte e il mattino seguente riprendo la strada sotto un pallido sole e con il vento alle spalle che fa ondaggiare -e cadere, gli alti faggi dei boschi. Ritrovo Philippe nella casetta di Pompilio, un’omino cordiale e simpatico, pochi denti e capelli arruffati, che ci offre un mate. Vive solo e isolato in questa zona inospitale, responsabile della viabilità del camino in questo tratto. Per radio contatta Pirincho, il comandante della barcaza che ci deve portare verso l’Argentina. Il vecchio lupo di mare è sulla sua imbarcazione pronto a salpare, ma ha deciso di rinviare a domani causa il forte vento. Pompilio gli comunica che avrà due nuovi passeggeri. Ci rimettiamo per strada ringraziando Eolo per l’opportuna intercessione. La barcaza salpa ogni quindici giorni a data da stabilirsi, averla persa di poche ore avrebbe significato una lunga attesa o 600 km supplementari per arrivare a El Chalten. Sotto poche gocce di pioggia arrivo a Villa O'Higgins, villaggio di poche casette di legno colorate, isolato ai piedi del Campo de Hielo Sur. Il camino austral finisce qui ma un progetto ambizioso è già in fase di realizzazione per prolunagere il camino fino a Puerto Natales, aggirando l’ostacolo naturale del campo di ghiaccio. Passiamo a casa di Pirincho per inscrivere i nostri nomi sulla lista; il capitano ci riceve sdraiacciato su di un divano liso e sporco, fuma gettando i mozziconi sul pavimento e ci offre del mate. Parla con voce roca, un berretto di traverso sulla testa e un occhio socchiuso dal fumo della sigaretta. Ride della nostra fortuna e, aggiungerei, della sua visto che 20.000 pesos extra volano nelle sue tasche e ci spiega il concetto di base : si salpa quando lo decide lui. Il giorno seguente tutto è perfettamente calmo a Bahia Bahamondez e le acque del lago O’Higgins sono propizie alla navigazione. Oltre a pochi coloni che abitano in fattorie isolate intorno al lago ci sono altre tre coppie di ciclisti, Marion e Charlot francesi, Annemarie e Wieger olandesi e Massimo e Alessandra italiani. La navigazione è suave, incrociamo qualche piccolo iceberg e sbarchiamo al posto di frontiera cileno di Candelario Mancilla. Isolati dal mondo, l’unico legame dei soldati di stanza è attraverso la radio e la barcaza due volte al mese. Philippe chiede all’ufficiale che ci timbra il passaporto come passino i lunghi mesi invernali, assediati dal freddo e dalla neve, senza le visite bimensili della barcaza. « Combattiamo il crimine, i furti di bestiame, gli immigrati clandestini e il contrabbando » risponde il solerte funzionario. Ripartiamo delusi, immaginavamo serate passate attorno al fuoco a leggere, raccontare storie o a giocare a carte. Sedici km di mulattiera in malo estado e in salita ci separano dal confine. Scolliniamo e una bandiera bianca e azzurra dipinta sul tronco di un albero ci indica che siamo passati in Argentina.  La pista scompare e diventa un sentiero; sei km lungo i quali occorre spingere la bicicletta, guadare diverse volte un torrente e, là dove il sentiero è più stretto, staccare le borse per passare. Verso le sei di sera quando sudato e sfinito mi chiedo perché fare tutto questo, il sentiero esce dal bosco: di fronte a me el lago del desierto, uno specchio d'acqua cristallina racchiuso tra due catene di montagne ricoperte di boschi e dalle cui cime innevate scendono ghiacciai azzurro chiaro. al fondo la valle corre fino alle pendici del monte Fitz Roy distante 45 km ma visibilissimo nella luce purissima del tardo pomeriggio: ecco perché...!!! sulla riva del lago c'è il posto di frontiera argentin, i soldati ci lasciano campeggiare en la orilla, uno dei più bei campeggi di tutto il viaggio. Il giorno dopo alle undici una lancia a motore ci porta sulla sponda sud del lago, restano a percorrere 37 km per arrivare a El Chalten, villaggio ai piedi del Fitz Roy e del Cerro Torre, posto ideale per passare alcuni giorni di descanso. Ci sono due campeggi entrambi senza servizi ma gratuiti; il vicino rio de la Vueltas fornisce l'acqua necessaria e una doccia all'ostello Rancho Grande costa 3 pesos. Dal piccolo villaggio alcuni facili sentieri conducono al Cerro Fitz Roy -che gli indiani tehuelches chiamavano Chalten -la montagna che fuma e al Cerro Torre, una parete verticale di granito che ha fatto la storia e la leggenda dell'alpinismo - anzi andinismo in Patagonia.

 

               

 

 

el pais del viento

km 4051 a km 4455: dopo sei giorni passati a El Chalten riparto da solo, avendo Philippe preso il cammino del ritorno. La pista si allontana dalle Ande correndo verso est e passa tra il lago Viedma e la Meseta del Viento, verso sud-ovest si scorge la fronte del ghiacciaio Viedma terminare nelle acque verdi del lago mentre alle mie spalle le cime del Fitz Roy e del Torre restano avvolte da nuvole dense e grigiastre. Pedalata dopo pedalata, sospinto da un vento gagliardo, lascio la cordigliera per addentrarmi nella pampa patagonica argentina; una distesa sconfinata dove l'orizzonte diventa infinito, dove il vento soffia senza sosta sulle basse ondulazioni di sabbia punteggiate da ciuffi giallastri di erba-paglia e cespugli verde-scuro di arbusti spinosi, dove la solitudine è greve, sospesa al cielo, aggrappata a ogni piccola nuvola bianca. La monotonia è brevemente interrotta da una macchia di pioppi e olmi che ripara dal vento un'estancia. Dopo 90 km arrivo al cruze con la mitica ruta 40 e una vecchia baracca abbandonata offre un riparo dal vento per armare la tenda per la notte. Il giorno seguente ancora vento, grandi spazi e solitudine su di una pista di terra e sassi. Ho incrociato solamente tre veicoli durante tutto il giorno, mi sono fermato in una estancia per rifornirmi di acqua e ho trovato una fila di pioppi lungo il rio santa cruz dove passare la notte. Mentre preparavo la cena una breve pioggia è scesa come un lamento su questa landa solitaria. Per arrivare a El Calafate -capitale turistica della Patagonia argentina, ho lottato contro il forte vento per 32 km, un vento che ti sfinisce e ti insinua il dubbio: mi ci vorranno due giorni di descanso per recuperare. Riparto da El Calafate con Marion e Charlot, la coppia di francesi partiti per un tour du monde di due anni. Con il vento alle spalle voliamo per 97 km ma per poter pranzare siamo costretti ad appiattirci in un avallamento del terreno, poco lontano la carogna decomposta di un cane o di una volpe. La pista gira verso sud-ovest e ci ritroviamo con il vento di faccia che ci fa  soffrire lungo gli ultimi 20 km prima di arrivare al posto di polizia di Coti Aike. Luis il poliziotto -unico occupante, ci ospita per la notte. siamo invitati a dividere il suo cordero asado, noi tiriamo fuori i nostri viveri e banchettiamo allegramente mentre il vento spazza il nulla che ci circonda. il mattino seguente Luis ci prepara té e caffé e noi ci attardiamo a tavola mentre il vento tace; verso le undici, appena rimessi per strada un freddo vento si alza sulla Meseta de Vizcachas, soffiando in senso contrario. Quattro ore e mezzo per 45 km su una striscia di terra battuta che taglia in due la pampa, sotto un cielo grigio e basso, rettilinei infiniti e ondulati con la sabbia sollevata dal vento che punge la faccia. Una coppia di ñandu con 15 pulcini -grandi già come tacchini, attraversa la strada e scompare veloce, unico segno di vita in questa desolazione. Giunti al puesto de vialidad di Tapi Aike, Walter, il responsabile, ci offre ospitalità e decidiamo di abbandonare l'impari lotta. Il mattino seguente partenza alle 6:30 onde evitare le ire di Eolo; al posto di frontiera argentino di Cancha Carrera ci concediamo un pic nic sull'erba per finire le scorte che non possiamo portare con noi in Cile, osservando il frettoloso passaggio di bus dei turisti "organizzati". I militari del posto argentino sono molto simpatici, a loro pongo la domanda di come passino l’inverno. Mi indicano una collina dai ripidi versanti e dicono con buonumore « esquí », li immagino sciare allegramente mentre i loro colleghi cileni continuano la loro lotta contro il crimine. Al posto di Villa cerro Castillo la televisione trasmette dei video anni ‘80 di Raffaella Carrà che canta in spagnolo e per un attimo mi credo nel film di Gabriele Salvatores, anche se non me la sentirei di «sparare alla Carrà». Dopo aver goduto dell'ospitalità dell'estancia di don Raul Cardenas lascio i miei compagni improvvisati e mi dirigo verso il Parque Torres del Paine per un'anteprima degli stupendi paesaggi. il tempo ne decide altrimenti e dopo due giorni di vento e pioggia con le cime sempre velate mi dirigo a Puerto Natales sul Seno Ultima Esperanza dove, dopo 4 mesi e 4455 km lascerò riposare gambe e bicicletta prendendomi 15 giorni di vacanza (!?) in compagnia di Isabelle, arrivata con il Navimag da Puerto Montt.

 

 

         

 

 

Dopo aver trascorso un prolungato week-end di dolce farniente a Puerto Natales e Punta Arenas, insieme partiamo per un trekking di sei giorni nel Torres del Paine. Con tenda, sacchi a pelo e tutto l’occorrente per bivaccare  abbiamo effettuato il W, percorso che porta ale Torri del Paine e la sua laguna verde chiaro, ai Cuernos e allo spettacolare ghiacciaio Grey, al quale non possiamo avvicinarci causa il forte vento e la pioggia. Ci trasferiamo quindi a El Calafate, in Argentina. Scendiamo dal bus e una voce di donna mi chiama e un bambino mi corre incontro : niente paura, sono Nathalie, Vincent e Robin che ritrovo dopo il nostro incontro di tre mesi fa nel salar di Uyuni. Insieme visitiamo il ghiacciaio Perito Moreno, accampando a due km da esso, praticamente come dormire davanti alla porta aperta di un congelatore... la fronte del ghiacciaio alta 50/60 metri si sfalda sotto l'enorme pressione di 17 km di ghiaccio e enormi blocchi cadono nelle acque del Brazo Rico creando un impressionante spettacolo naturale. Isabelle riparte in aereo per il nord dell'Argentina ed io ritorno a Puerto Natales per ritrovare la mia bicicletta.

 

isla grande de tierra del fuego

km 4455 a 4987: riprendo a pedalare con rinnovato entusiasmo verso il sud del mondo con il vento che, soffiando dalla cordigliera, mi spinge all'uscita di puerto Natales verso Punta Arenas. 111 km di asfalto in un giorno, per la notte trovo una piccola laguna abitata da ibis, anatre e oche dove armare la tenda al riparo dal vento e ammirare i colori del cielo all'atardacer. Piove durante la notte e al mattino mi trovo con l'esterno della tenda gelato e,all'interno, il tepore di 3 gradi. Lascio la strada principale asfaltata per una sterrata che porta all'estancia Rio Verde sul Seno Skyring e costeggio il canale Fitz Roy e il Seno Otway. Le sagome delle montagne si stagliano con le loro cime imbiancate contro un cielo scuro ad occidente. Una pista non segnata da alcuna carta stradale porta alla spiaggia di sabbia nera del Seno Otway, sufficientemente dura per pedalare. Sono km di vento con il mare che sospinge alghe e conchiglie sulla spiggia, uccelli marini che si levano in volo al mio passaggio, una pioggia leggera sul volto, la libertà nel cuore che sembra essere assoluta e definitiva e anche una sana solitudine. Verso la fine della pista incontro un uomo che raccoglie certe alghe sulla spiaggia, serviranno a fabbricare del sapone. Arrivo a Punta Arenas affacciata sul mitico Stretto di Magellano, sul lato opposto si intravvede la Tierra del Fuego. Nella piazza principale si erge il monumento a Ferdinando Magellano, alla sua base si viene a toccare o baciare la pata de indio, il piede della statua in bronzo di un indio, sembra porti fortuna e che faccia ritornare in queste terre dure, aspre, solitarie leggendarie, magiche e irrinunciabili. Se la storia di Buenos Aires, faceva notare Bruce Chatwin, sta scritta nell' elenco telefonico, allo stesso modo quella di punta arenas si può leggere sulle lapidi del suo cementerio municipal. Accanto alle tombe-monumento di Jose Menendez e Sara Braun -le due più ricche e influenti famiglie della regione, si trovano quelle degli immigrati croati, italiani, spagnoli, irlandesi, scozzesi, francesi , inglesi etc.che contribuirono -a fine '800, inizi '900, col duro lavoro e sacrificio a costruire enormi fortune. Le scritte nella tomba della Società di Mutuo Soccorso Fratellanza Italiana disegnano la geografia di tale immigrazione: Torino, Bergamo, Lucca, Carpineto, Secondigliano, Aversa. In un angolo del cimitero la ilustre municipalidad di Punta Arenas ha eretto un monumento a el indio desconocido. la statua è un tardivo, fasullo e ipocrita omaggio alla memoria della folle mattanza degli indios della regione. Essa è diventata l'oggetto di un vero culto pagano, la gente prega e chiede grazie come testimoniano le candele votive e le centinaia di lastre di marmo che recano inciso: gracias indiecito por favor concedido. Ho pranzato nel ristorante del Circolo Italiano; niente mi ha ricordato l'Italia e il menu del giorno prevedeva huevos a la peruana e asado aleman con arroz, un vero inno alla globalizzazione. Incontro nel suo negozio Il titolare di una ferramenta, un croato di Dalmazia emigrato in cile 50 anni fa che parla ancora un buon italiano. Quando c'erano i fascisti in Dalmazia -mi dice, si stava bene poi l'avvento dei comunisti di Tito l'hanno costretto a emigrare agli inizi degli anni '50. In cile ha dovuto aspettare una ventina d'anni per ritrovare la felicità sotto un altro duce, il dittatore Augusto Pinochet. A bordo della barcaza Melinka attraverso la Stretto di Magellano, qui nel suo punto più largo e arrivo a Porvenir sull'Isla Grande de Tierra del Fuego.

La pista segue il dolce rilievo delle colline che si tuffano nelle acque della Bahia Inutil e con il vento che soffia alle spalle la media oraria è elevata. Mi fermo per chiedere acqua all'estancia Concordia e mi offrono un letto per la notte. l'estanciero Rigoberto, detto Fosforito, mi fa visitare la proprietà : c'è un cavallo agonizzante che, mi dice Rigoberto, ha mangiato mala yerba e sta morendo. Gli chiedo se avesse chiamato un veterinario, mi risponde di no con la rassegnazione e il fatalismo di queste terre inospitali. L'indomani é prevista la castrazione dei corderos -gli agnelli e mi propone di restare mostrandomi gli arnesi di lavoro. Penso poter vivere con tale piccola lacuna e riparto con un forte vento favorevole che mi spinge verso est tra colline brulle e solitudine fino alla frontiera di San Sebastian sull'oceano Atlantico. Al posto di frontiera il poliziotto argentino mi propone di passare la notte al caldo nella sala de estar. Seguendo la costa verso sud con un forte vento di lato che mi spinge pericolosamente verso il centro della strada, arrivo a Rio Grande dove grandi cartelloni proclamano che las islas malvinas son y seran argentinas: sono ancora aperte le ferite di una guerra assurda e di tanti soldati morti a causa della follia della giunta militare argentina.  Al contrario del Cile dove la dittatura era incarnata dal ghigno odioso di Augusto Pinochet, in Argentina quattro giunte militari si sono succedute alla guida del paese tra il 1976 e il 1983. Questo mostro tentacolare a più teste ha avuto un impatto minore sull'opinione pubblica mondiale. Eppure in un periodo di soli 8 anni le vittime della dittatura argentina si estimano a circa 30.000 persone mentre il regime del pur cruento  Pinochet, tra il 1973 e il 1990, ha provocato solo poco più di 3.000 vittime.

A Rio Grande il vento e la pioggia mi bloccano per due giorni: questo è uno degli angoli più temuti dai cicloturisti che transitano in questa regione, a soli 214 km da Ushuaia.

 

          

 

 

54°49’ S – 68°13’ W

km 4988 a km 5757: due giorni a Rio Grande ad osservare le maree entrare ed uscire come un fiume in piena dall'estuario e a mangiare ottime bistecche di bife argentino accompagnate dagli ottimi vini della regione di Mendoza, passando le serate con amici improvvisati argentini ed alcuni altri viaggiatori. come Andy, americano, in giro per il mondo da 21 anni, Gianluca, ciclista genovese dell'estremo, una coppia di motociclisti australiani e un'altra coppia di motociclisti tedeschi. All'alba del terzo giorno il vento tace e alle 8:00 sono già in sella. Attraverso il centro abitato e compro pane fresco e facturas -i deliziosi dolci per la colazione. Lascio l'asfalto della ruta 3 per una pista che attraversa el corazon de la isla. Il paesaggio sta cambiando, la pampa arida lascia il posto a boschi di lenga. Pecore, bovini, guanacos, volpi e condor osservano il mio incedere solitario. La pioggia che inizia a cadere nel pomeriggio non rallenta la mia marcia, dopo 155 km e 9h49m di pedalate arrivo a Tolhuin, trovando nel camping deserto sul lago Fagnano una stufa accesa e una doccia calda. Gli ultimi 100 km li percorro in due giorni rallentando quasi per paura di fare troppo presto, paura di arrivare troppo in fretta e vedere svanire il sogno di questo viaggio verso il sud del mondo. un sogno durato 5 mesi e fatto di momenti magici ed emozionanti che resteranno oltre la fine di questa strada. Attraverso il passo garibaldi - un'ultima dolce salita- e mi ritrovo fra montagne e ghiacciai che si spingono fino al canal Beagle e alla « baia che penetra verso occidente » -Ushuaia in lingua yamana. Restano 30 km e la ruta 3 termina a Bahia Lapataia nel Parque Nacional Tierra del Fuego. Foto ricordo davanti al cartello che indica la fine della strada e lo sguardo si spinge a cercare nuovi orizzonti per soddisfare la perenne irrequietezza. Ushuaia è una città in pieno boom turistico e edilizio, ma i dintorni valgono qualche giorno di sosta. Quando, dopo una giornata di pioggia, vedo le cime delle montagne intorno a Ushuaia innevate decido di ripartire, trovandomi a circa 3.500 km da Buenos Aires. Trovo un passaggio fino a Rio Grande poi riprendo a pedalare contro il vento. Passo la notte in tenda sulla spiaggia davanti all'oceano, al riparo di una baracca di pescatori. Tutta la notte il mare e il vento fanno udire le loro voci e la temperatura è vicina allo zero. Il mattino vedo un pinguino solitario sulla spiaggia, mi avvicino, è vecchio ed ammalato, non si allontana mentre gli siedo accanto. Restiamo a guardare l'oceano ognuno con i propri pensieri mentre il vento arruffa le sue penne e i miei capelli lunghi. Ci sarebbero tante storie da raccontare, ma sono storie che resteranno taciute, forse il tuo desiderio è di restare solo ad affrontare l'ultimo e definitivo viaggio...adios amigo. Arrivo al posto di frontiera argentina a San Sebastian sotto la pioggia battente e mi rifugio nella sala de estar dove già avevo sostato all'andata. Durante tutta la notte il vento soffierà a 120 km/h e lo farà per tutta la giornata seguente bloccandomi alla frontiera cilena dove arrivo percorrendo controvento 15 km in 2h30m. Trovo alloggio nella piccola osteria di frontiera, dove mi toccherà dormire al freddo; il proprietario aveva acceso la stufa a legna ma il forte vento ricacciava il fumo giù dal camino. Quando la bufera si placa posso riprendere la pista e attraversare l'isola verso nord ora in favore di vento. incrocio un camion rovesciato su di un fianco dal forte vento di ieri, chiedo all'autista se abbia bisogno di qualcosa, mi risponde con un amaro sorriso che presto verranno a recuperare lui e la sua mercanzia. Ritorno sul continente attraversando lo stretto a Bahia Azul, attraverso per l'ultima volta la frontiera fra Cile e Argentina e passo un’ultima notte nell'immensità della pampa. Dopo il tramonto la luna piena si impadronisce del cielo rivelando i contorni di grosse nuvole, il vento sbatte il telo della tenda e addormentarmi è dolcissimo... L'indomani arrivo a Rio Gallegos nella Patagonia Argentina, dopo sei giorni posso fare una doccia calda, telefonare a casa e mangiare in un ristorante. Ma trovo anche giornali e televisioni che ora parlano di guerra,

ah, quelle connerie la guerre.

 

 

      

 

 

cuore e polmoni

km 5758 a km 6200: i giorni passano e questo viaggio volge al termine. In bus arrivo a Trelew nel nord della Patagonia Argentina, a pochi km Gaiman è un villaggio fondato da coloni gallesi lungo il corso del rio Chubut che rende verde e fertile questa vallata circondata dall'aridità della pampa. Qualche casa in stile anglosassone, le case da té e i nomi delle vie testimoniano di questa presenza, resa celebre dagli scritti di Bruce Chatwin. Mi fermo in un camping ormai vuoto dopo la stagione estiva, bordato di alti pioppi che tutta la notte ondeggiano al vento con il rumore dell'oceano. Pedalo attraverso le ormai familiari basse colline di arbusti in compagnia del vento; il cielo è grigio e incombente quando arrivo a Puerto Madryn sulla costa atlantica e l'aria umida ha l'odore dell'estate che sta finendo. A 100 km si trova la peninsula Valdes, oasi naturale dove si incontrano otarie, pinguini, elefanti di mare e -in stagione, ma non ora, balene. A Puerto Piramide un ultimo giorno di pioggia mi blocca nella tenda per l'intera giornata. Riesco a visitare la peninsula grazie al passaggio offertomi da una coppia di francesi in viaggio con una Land Rover. Ritorno a Madryn pedalando gli ultimi km di libertà; lungo la stada mi fermo per un maté con gli uomini del posto di controllo. Quello che mi sembra il capo sembra felice di rivedermi, ha un favore da chiedermi. Mi mostra un biglietto di auguri ricevuto anni fa da un amico italiano e mi chiede di tradurglielo, contiene una poesia di Cesare Pavese. A migliaia di km da casa traduco stentatamente le parole di una terra che altrettanto stentatamente sento anche mia, mentre il vento disperde i versi in direzione dell'oceano.

Anche gli alberi soffrono e muoiono sotto le nubi
l'uomo sanguina e muore, - ma canta la gioia
tra la terra ed il cielo, la gran meraviglia
di città e di foreste.
Avrò tempo domani
a rinchiudermi e stringere i denti.
Ora tutta la
vita son le nubi e le piante e le vie, perdute nel cielo.

Durante i tanti km pedalati in patagonia e in terra del fuego ho avuto tempo per pensare ai popoli che vivevano su queste terre prima dell'arrivo degli spagnoli. Erano popoli liberi che si chiamavano Aonikenk, Yamana, Selknam, Kaweskar e Manekenk, popoli che furono assassinati e sterminati per liberare le terre e allevare pecore e agnelli. Gli alambrados -steccati di filo di ferro, che corrono infiniti lungo queste terre sono il simbolo dell'arroganza e dell'impunità con le quali sono stati compiuti questi genocidi. Tragedie che si compirono e che sembrano doversi compiere  ancora perché –come disgraziatamente afferma Oriana Fallaci sulle pagine del Corriere della Sera del 14 marzo comprato a Ushuaia par 10 cents di euro, le guerre dell'uomo bianco sono giuste, mettono in ordine il mondo e ci liberano dal male. I selvaggi della Terra del Fuoco vivevano coperti di pelli di guanaco oppure nudi in terre dove io ho sempre indossato windstopper e giacca a vento. Avevano un fuoco sempre acceso, gli Yamana, nomadi del mare, lo accudivano acceso nelle loro canoe. Non avevano dio, né allah, né jehova come scusa per uccidere, facevano la guerra per conquistare il fuoco quando questo si spegneva. Vivevano liberi, in armonia con la terra che li ospitava senza arrogarsene la proprietà e questo era il loro essere selvaggi... per non avere inventato il catasto la storia -e l'uomo bianco che fa e scrive questa storia, li ha condannati. Sono morti decimati dalle malattie dei conquistatori oppure assassinati, cacciati come selvaggina, quante sterline per un paio di orecchie o di testicoli di indigeno? Sono morti cercando di conservare la propria identità, i costumi e le tradizioni che la società dell'uomo evoluto voleva negar loro perché, lo sappiamo bene, un idigeno buono è un indigeno che vive come un bianco, che crede alle parole degli evangelizzatori e che si lascia ammaestrare. 6200 km di pedalate sono anche stati una piccola ribellione all'ipocrisia e all'indifferenza, lunghe ore passate nella solitudine di un continente sofferente attraverso il vuoto, su cui l'incessabile vento della Patagonia, soffia come il lamento di popoli scomparsi.

 

Dal finestrino del bus che mi porta a Buenos Aires osservo l'ultimo tramonto sull'orizzonte infinito della Patagonia, chiudo gli occhi e mi prometto di tornare.

 

Queste tante pedalate, questo intero, lungo viaggio fatto di gambe, cuore e polmoni è dedicato a mio padre cui proprio i polmoni hanno fatto difetto.

 

 

                    

 

 

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